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    <title>Davide Di Pumpo - Blog</title>
    <link>https://davide.consulting/blog/it/</link>
    <description>Note di UX engineering, design system, accessibilità e architettura front-end.</description>
    <language>it</language>
    <lastBuildDate>Sat, 19 Sep 2026 00:00:00 GMT</lastBuildDate>
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      <title>La storia dei miei burnout</title>
      <link>https://davide.consulting/blog/it/the-story-of-my-burnouts/</link>
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      <pubDate>Sat, 19 Sep 2026 00:00:00 GMT</pubDate>
      <category>life</category>
      <category>work</category>
      <description>Un ciuffo bianco, una campagna per un libro e il prezzo da pagare.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Anche questo post comincia con un aneddoto. Una storia che mi raccontarono da bambino, anche se non credo sia proprio una storia per bambini.</p>
<p>I miei mi dissero di un uomo del mio paese che, il giorno prima delle nozze, era entrato nella sua casa in fiamme per salvare i suoi averi.</p>
<p>Non ne uscì mai più.</p>
<p>Dopo quella tragedia, per il dolore, la futura sposa aveva avuto quello che i miei chiamavano un &quot;esaurimento nervoso&quot;.</p>
<p>A quell&#39;età non riuscivo a capire fino in fondo cosa significasse perdere la persona amata. Mi era rimasto impresso un altro dettaglio, molto più piccolo e molto più strano.</p>
<p>Secondo il racconto di mio padre, quella donna, che aveva i capelli corvini, si era ritrovata nel giro di una sola notte con un lunghissimo ciuffo crespo e bianco come il latte.</p>
<p>Nella mia testa, l&#39;esaurimento nervoso aveva preso quella forma.</p>
<p><img src="/images/karoshi.jpg" alt="Il panda in versione Super Saiyan tra le fiamme, con il kanji di karōshi sul petto" loading="lazy" /></p>
<h3>Una tesi, uno stage e un matrimonio</h3>
<p>Andiamo avanti: 2008.</p>
<p>L&#39;anno del matrimonio di mia sorella maggiore. Non me ne voglia, ma non ricordo con precisione la data. Ricordo solo che cadeva circa una settimana prima della discussione della mia tesi di laurea.</p>
<p>La tesi scritta andava consegnata il 18 agosto, a Milano.</p>
<p>Ripeto: il 18 agosto.</p>
<p>A Milano.</p>
<p>Per chi non conosce Milano, beh, leggenda narra che ad agosto si svuoti così tanto da poter girare nudi in pubblica piazza senza timore di essere visti. Feci una fatica boia a trovare una copisteria aperta, che stampò la mia copia solo come favore personale. Sulla copia stampata c&#39;era persino un errore nel mio nome, ma decisi che andava benissimo così. Non avrei avuto il coraggio di chiedere di riaprire tutto per ristampare la copertina.</p>
<p>Consegnato il documento, avevo ancora una ventina di giorni per completare la parte tecnica. Il sito era online, quindi potevo continuare a modificarlo praticamente fino all&#39;ultimo secondo.</p>
<p>Momento trivia: il panda che, in forme diverse, mi porto dietro ancora oggi fu creato come logo di quel progetto.</p>
<p>Lavorai tutta l&#39;estate, tutti i giorni, tutto il giorno. Staccavo solo per andare a lavorare allo stage curricolare.</p>
<p>Mi portai il portatile al matrimonio di mia sorella. Lavorai sul treno, lavorai durante il matrimonio, lavorai anche la notte.</p>
<h3>Solo che io mi sentivo normale</h3>
<p>Avevo una serie di cose da fare e le stavo facendo.</p>
<p>La mattina dopo il matrimonio mi svegliai e notai qualcosa sul lato destro della testa. Uno dei miei boccoli era completamente dritto, sparato verso l&#39;alto, senza nemmeno una curva.</p>
<p>Ed era bianco come il latte.</p>
<p>Mi tornò in mente quella donna. Nell&#39;immagine che mi ero costruito da bambino, lei si era spenta, bruciata. Io invece continuavo a lavorare, a preparare la discussione, a sistemare il sito. Non avevo la sensazione di essere arrivato alla fine delle mie risorse.</p>
<p><strong>Non mi ero accorto di aver portato me stesso allo stremo.</strong></p>
<p>Per questo, quando sento criticare chi non si accorge di stare male, faccio fatica a condividere quella posizione.</p>
<p>&quot;Ma possibile che non te ne sia reso conto?&quot;</p>
<p>Sì, possibile. Io non me n&#39;ero reso conto. Non stavo deliberatamente ignorando una sirena che suonava a tutto volume: non sapevo nemmeno bene cosa avrei dovuto sentire.</p>
<p>Mi sentivo un Cavaliere dello Zodiaco alle prese con le Dodici Case.</p>
<p>«<a href="https://www.youtube.com/watch?v=QP59E3Ga2-k" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Brucia, mio Cosmo!</a>»</p>
<p>Solo che a bruciare ero io.</p>
<p>Quella prima volta non ebbi strascichi immediati che sapessi riconoscere. La tesi andò bene e continuai con la mia vita. Tra l&#39;altro, non me ne vogliano i miei lettori calvi, ma all&#39;epoca avevo ancora più capelli di ora. Un ciuffo bianco mi sembrava meglio di una stempiatura...</p>
<p>Pensavo semplicemente di aver avuto un incidente e di esserne uscito illeso.</p>
<p>Questo non mi impedì di cascarci di nuovo.</p>
<h3>Il secondo burnout</h3>
<p>Qualche anno dopo lavoravo in Feltrinelli Editore. Allora non lo sapevo, ma erano i miei ultimi mesi lì. In quel periodo realizzai quella che considero ancora oggi una delle campagne più belle della mia carriera, per <em><a href="https://makhbeth.framer.website/work/il-gioco-di-ripper" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il gioco di Ripper</a></em> di Isabel Allende.</p>
<p>Il libro era un thriller. Avevo disegnato i personaggi del romanzo sotto forma di carte da gioco. Le carte venivano stampate, mandate nelle librerie e infilate in altri libri: i lettori potevano trovarle, incuriosirsi, collezionarle.</p>
<p>Erano bellissime. Lo penso ancora.</p>
<p><img src="/images/ripper-cards.jpg" alt="Le carte da gioco con i personaggi della famiglia Jackson accanto al libro Il gioco di Ripper" loading="lazy" /></p>
<p>Avevo fatto praticamente tutto, dall&#39;idea alla realizzazione. Un one-man show, una modalità che avrebbe caratterizzato anche altri momenti della mia vita lavorativa.</p>
<p>Verso la fine del progetto, però, cominciai ad arrancare.</p>
<p>La penna della tavoletta grafica sembrava sfuggirmi dalle mani. Aprire Illustrator era diventato faticoso. Mi sembra che quella fatica si veda persino nel tratto delle carte: l&#39;ultimo personaggio che disegnai fu il cane ed è, onestamente, quello meno riuscito.</p>
<p>Questa volta non servì un ciuffo bianco.</p>
<p>Mi accorsi che qualcosa non andava.</p>
<p>Ero esaurito. Di nuovo.</p>
<p><strong>Consegnai comunque.</strong></p>
<p>È un dettaglio importante: il lavoro finito può nascondere molto bene quello che è successo alla persona che lo ha fatto. Da fuori si vedeva una campagna pronta.</p>
<p>Poi arrivò il conto.</p>
<p>Le vacanze di Natale non bastarono. Per settimane ebbi la testa completamente annebbiata.</p>
<p>E non era soltanto il lavoro. Per qualche mese non riuscii nemmeno ad avere un&#39;erezione. Lo scrivo perché quando dico che non funzionavo più come prima intendo proprio questo: quella fatica si era presa pezzi della mia vita.</p>
<p>La ripresa fu lunga.</p>
<p>Questa volta capii che non potevo semplicemente ripartire e fare finta di niente.</p>
<h3>Imparare a fermarsi</h3>
<p>Di questi episodi ho parlato molto anche con il mio psicoterapeuta e probabilmente ci tornerò quando parlerò delle mie neurodivergenze.</p>
<p>Ho dovuto quindi imparare a mettermi dei paletti.</p>
<p>Uno sprint deve avere una fine stabilita prima di partire. E deve essere possibile fermarsi anche se il lavoro non è finito: altrimenti il limite continua a spostarsi insieme alla consegna.</p>
<p>Insomma, il Super Saiyan di terzo livello lo puoi usare quando serve. Non puoi andarci a fare la spesa.</p>
<h3>Lo scambio non è equivalente</h3>
<p>Non racconto tutto questo per dire che non bisogna lavorare tanto.</p>
<p>Continuo a credere negli sprint. Ci sono esami, progetti, lavori, cose in cui credere davvero e per cui vale la pena impegnarsi a fondo.</p>
<p>Ma non basta sapere per cosa si sta correndo: bisogna sapere anche quando fermarsi.</p>
<p>La mia tesi andò bene. La campagna per Allende rimane uno dei lavori di cui sono più orgoglioso.</p>
<p>Ma nessuna delle due cose valeva quello che ho messo sul piatto.</p>
<p>Come in quelle tecniche degli anime in cui il protagonista sacrifica anni della propria vita per diventare potentissimo per qualche minuto.</p>
<p>Solo che io non dovevo salvare il pianeta.</p>
<p>Dovevo finire un sito e disegnare un cane.</p>
<p>Continuo invece a vedere, soprattutto su LinkedIn, una glorificazione del superlavoro in cui superare continuamente i propri limiti viene raccontato come una virtù. Il problema è che quei limiti esistono anche quando riusciamo a ignorarli.</p>
<p>Per dirla con i <a href="https://www.reddit.com/r/AskScienceFiction/comments/1t1clsh/fullmetal_alchemist_how_does_one_measure/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">fratelli Elric</a>, <strong>lo scambio non era equivalente</strong>.</p>
<p>Quindi fate quello sprint, se potete permettervelo.</p>
<p>Ma la possibilità di fermarvi, la rete di sicurezza, deve far parte del progetto dal momento zero.</p>
<p>Non deve essere il premio che vi concederete dopo aver finito.</p>]]></content:encoded>
    </item>
    <item>
      <title>Perché ho aperto questo blog</title>
      <link>https://davide.consulting/blog/it/why-i-started-this-blog/</link>
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      <pubDate>Fri, 11 Sep 2026 00:00:00 GMT</pubDate>
      <category>meta</category>
      <description>La paura, una barba verde, il feudalesimo digitale e un pezzetto di web che torna mio.</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Beh, prima di tutto perché ho paura di morire.</p>
<p>A parte gli scherzi (che poi non è più totalmente uno scherzo) una delle mie paure più grandi è che i miei figli non si ricordino di me. Adesso sono piccoli. E da quando sono diventato padre, il pensiero che da un giorno all&#39;altro potrei non esserci più ha assunto un peso diverso.</p>
<p>Ma c&#39;è un altro motivo e quale modo di spiegarlo se non tramite un aneddoto. Se mi conoscete, o se imparerete a farlo, sapete che mi chiamano &quot;Papà Castoro&quot;.</p>
<p><img src="/images/papa-castoro.jpg" alt="Papà Castoro legge un libro ai suoi due figli" loading="lazy" /></p>
<h3>Di barbe verdi e borse da lavoro</h3>
<p>Da bambino, età scuola dell&#39;infanzia, ogni volta che disegnavo mio padre, due cose lo distinguevano. Facevo sulla sua faccia dei puntini verdi (ero convinto che la barba, sempre rasata, di mio padre fosse verde) e una borsa porta documenti. Mia madre iniziò a preoccuparsi perché anche quando lo disegnavo in spiaggia, al mare o in altri contesti lui era sempre in giacca, cravatta, barba verde e borsa da lavoro. Perché? Beh forse perché per la maggior parte della mia vita lui era in ufficio. Lo vedevo raramente, giusto la sera un&#39;ora o due e la domenica.</p>
<p>Cosa faceva mio padre durante il giorno? Che interessi aveva? Con chi parlava in pausa pranzo? Cosa cavolo è una pausa pranzo?</p>
<p>Ma anche una volta che mia madre convinse mio padre a portarmi a lavoro... beh mio padre però faceva il bancario e per un bambino capirne di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ammortamento_francese" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ammortamenti alla francese</a> e interessi non è facile. Né interessante. Ma mi piacerebbe sapere cosa papà faceva in quei giorni, a cosa pensasse. Cose che avrei potuto capire solo da grande.</p>
<p>Quindi figli miei in questo blog saprete principalmente cosa faceva papà tutto il giorno chiuso nel suo gabbiotto in giardino davanti ad un computer.</p>
<h3>Devo a internet buona parte della mia vita</h3>
<p>Internet mi ha cambiato la vita, davvero.</p>
<p>Ho scoperto internet (o forse meglio dire il web dai) nel 1997. Il mio primo sito è andato online nel 1998.</p>
<p>L&#39;amicizia che coltivo da più tempo è nata su internet. Ho conosciuto la mia dolce metà grazie a un&#39;app. Perfino la scelta del posto in cui vivo è legata al desiderio di diventare un web designer. Volevo costruirmi una vita facendo cose su internet.</p>
<p>Oh, ai tempi il web era fighissimo. Mi dispiace per quelli che l&#39;hanno scoperto tardi, ma era davvero un mare in cui navigare. Pieno di persone curiose, di gente che faceva cose. All&#39;inizio eravamo soprattutto smanettoni, certo, ma c&#39;era questa possibilità di costruire qualcosa, metterlo online e incontrare altre persone che stavano facendo lo stesso.</p>
<p>Poi sono arrivate le grandi aziende. Sono arrivati quelli che volevano guadagnarci. E un pezzo alla volta ci siamo ritrovati a passare sempre più tempo in spazi che appartengono a qualcun altro.</p>
<p>Pubblichiamo, parliamo, condividiamo. Ma siamo a casa loro.</p>
<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Feudalesimo_digitale" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Feudalesimo digitale</a>.</p>
<p>Questa cosa non mi è mai andata giù. Ho anche provato a lavorare dentro una di quelle grandi aziende (sarà l&#39;argomento di uno dei prossimi post, probabilmente). Per adesso diciamo che non la sentivo giusta. Non era una cosa per me.</p>
<p>Non voglio fare il nostalgico, però, odio il &quot;ai miei tempi...&quot;. Internet continua a essere una cosa incredibile, anche solo perché ti permette di parlare con chiunque. Ho amici con cui parlo tutti i giorni senza vederli. Lavoro completamente da remoto. Quella possibilità di incontrarsi, scambiarsi idee e fare cose insieme esiste ancora, e fa parte della mia quotidianità.</p>
<p>Vorrei solo che un pezzetto di quello spazio tornasse mio. Un posto in cui decidere che cosa pubblicare e come, senza dover stare per forza dentro la casa di qualcun altro, senza sottostare ad algoritmi e senza aver paura che cancellino tutto.</p>
<p>Questo blog nasce anche per quello.</p>
<h3>La tecnologia è anche uno strumento per riprendersi spazio</h3>
<p>Tutto questo non significa che consideri la tecnologia un nemico. Sarebbe abbastanza assurdo, vista la premessa.</p>
<p>Prendiamo l&#39;AI. Sta cambiando il nostro mondo e sta cambiando anche la mia vita. Ma è uno strumento: può aiutarci a fare cose, può liberarci del tempo. Non dobbiamo per forza guardarla soltanto come qualcosa di negativo.</p>
<p>Questi stessi pensieri li sto dettando a un&#39;AI. Poi ci sarà da lavorarci: aggiungere pezzi, toglierne altri, mettere ordine, fare editing. E probabilmente mi farò aiutare da un&#39;AI anche in quella parte.</p>
<p>Lo sforzo di capire che cosa voglio dire, però, voglio farlo io. Buona parte del tempo, ancora, lo passerò in un editor, con un bel foglio <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Markdown" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Markdown</a>, copiando e incollando frasi, parole e concetti in giro.</p>
<p>Mi interessa usare la tecnologia in questo modo. Anche per riprendermi qualcosa che la tecnologia, nel frattempo, ha contribuito a togliermi.</p>
<p>Aprire un blog, per me, fa parte di questo tentativo.</p>
<h3>Cosa potete aspettarvi</h3>
<p>Quindi, siccome sono una persona che si è formata sul web, che è diventata quella che è anche grazie al web, mi sono detto: cazzo, un blog mi sembra una buona idea.</p>
<p>Parlerò delle cose che mi interessano e della mia vita, principalmente nella sfera lavorativa, perché è il me che i miei figli conoscono meno, ma non mancheranno cose intime, magari non piccanti. Ho già qualche idea: i miei burnout, i miei figli, come lavoro, com&#39;è fatta una mia giornata. Ovviamente l&#39;AI, a cui probabilmente dedicherò uno dei primissimi post. E anche la bicicletta, perché prima o poi un post sulla bicicletta ci scappa.</p>
<p>Volevo che tutto questo fosse scritto.</p>
<p>Non volevo fare un podcast. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=EHlczKlmIDM" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Another white guy with a podcast</em></a>: anche no.</p>
<p>E non volevo fare video in cui parlo alla gente mentre sono in bicicletta.</p>
<p>Volevo scrivere perché desidero che ci sia uno sforzo mentale in quello che pubblico. Fermarmi su un pensiero, provare a spiegarlo, rileggerlo e magari accorgermi che non l&#39;avevo capito bene nemmeno io. Non mi basta buttare fuori qualcosa: voglio che quello che passa siano i miei pensieri.</p>
<p>Poi magari non lo leggerà nessuno. Chi lo sa.</p>
<p>Intanto, però, una traccia ci sarà, una goccia nel mare. E magari un giorno i miei figli passeranno di qui e troveranno un po&#39; di me.</p>]]></content:encoded>
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