Carte d'identità, firma falsificata e digressioni sulle scelte di Gatsu.
Guarda... Ognuno di loro ha portato una sua fiammella. Sembra che dentro ognuna di quelle luci dimorino i loro piccoli sogni e i loro ideali… Uno per uno si sono riuniti qui portando quelle fiammelle. Poi, per non lasciar spegnere quei piccoli fuochi, li lanciano in uno più grande... in una fiamma enorme chiamata Grifis. Però, il mio fuoco non è qui. Può darsi che, senza riflettere, mi sia fermato solo per riscaldarmi a quel falò.
Ho iniziato a leggere Berserk a 15 anni. Ora, immaginatevi, nella piena fase della crescita psicologica, leggere una cosa del genere, riferendosi a Grifis, il villain più carismatico che sia mai uscito dalla mente di un mangaka. Sono cose che ti segnano, davvero. Se non sapete di cosa sto parlando, abbandonate per un attimo il mio blog e recuperate l'opera, mi ringrazierete dopo.
Ci siete? Bene. Ora che abbiamo ben fisso in testa di cosa stiamo parlando, proseguiamo. Si sa, l'adolescenza è un periodo particolare, anche senza aver letto Berserk, è l'età in cui capisci che i tuoi genitori non sanno tutto nella vita. La fiamma che ti ha scaldato fino a quel momento inizia a starti stretta e cerchi altri falò, che siano quelli di conoscenti o quelli custoditi tra le pagine di qualcuno nato e cresciuto dall'altra parte del globo terracqueo.
Ma il fuoco che dimora in noi volenti o nolenti è alimentato alla sua base ed è contenuto da camini e legna che qualcuno ha costruito per noi, che ha nutrito la nostra scintilla. E finanche noi diventassimo incendi devastanti, queste fiamme originerebbero sempre da quei luoghi. E bene, per anni, io sono stato forgiato dal fuoco di mille battaglie dall'idea dell'essere scelto.
Voglio essere scelto
Fin da bambini ci ripetono una cosa precisa: studia ed otterrai un buon lavoro.
Non studi per diventare qualcuno, per imparare qualcosa, per migliorarti come persona. Studi per una professione. E nemmeno una che vuoi fare davvero. Nessuno parte da "voglio trovare la cura per il cancro" o "mi piace creare siti web". Si parte da "se studi, troverai un buon lavoro". Come il "vestiti bene che troverai un buon partito". Fai le cose perché sei un prodotto sul mercato, e un prodotto deve essere scelto da qualcun altro.
A quindici anni non avevo nemmeno idea che il lavoro si potesse creare. Potevi diventare un insegnante, un bancario, magari un geometra al comune. Ma questo era. E la professione era così importante culturalmente che addirittura sulla carta d'identità il tuo impiego meritava un'intera riga.

L'unica possibilità che mi era stata data era diventare per sempre una fiamma che alimentava un fuoco non mio.
Il posto, il sogno & il grande incubo
Ma diamo finalmente un nome a questo incubo, ove le nostre anime si mescolano per l'eternità andando a perdere la nostra umanità: il posto fisso.
È così presente nella nostra quotidianità che Checco Zalone ci ha costruito buona parte della prima metà della sua carriera, prendendo in giro proprio questa mentalità. Se non siete italiani, recuperate Quo vado?: secondo me è emblematico per capire come funziona la testa di un italiano davanti al lavoro.
Ma il posto fisso non è solo una questione di contratto. È una questione di identità.
Ora so che in questo blogpost dopo la premessa vi aspettavate il panda versione Gatsu. E invece toh, puppatevi il mio avatar in forma di Checco Zalone

Io non faccio, io sono
E anche da adulti, ci definiamo per ciò che facciamo. Io non faccio il dottore, io sono un dottore. Io non faccio il designer, io sono un designer. E potremmo andare avanti all'infinito.
È per fuggire a questa eredità sociale per cui nelle mie descrizioni online scrivo anche che sono un padre, che vado in palestra, che leggo fumetti, che mi piacciono certi videogiochi. Quello descrive chi sono. Il mestiere è solo parte di chi sono... anche perché il mio mestiere è mutevole.
Assai mutevole.
Il mio primo posto fisso fu in Feltrinelli.
Avevo la partita IVA e, per i miei standard dell'epoca, guadagnavo pure discretamente bene. Diversi clienti: il principale era proprio Feltrinelli, poi qualche lavoretto qua e là per massimizzare. Ripensandoci, è stato uno dei momenti in cui mi sono sentito più libero nella mia carriera. Come adesso, del resto. Ed è proprio da quegli anni che ho preso spunto per il mio attuale Business plan.
Eppure, il giorno dopo aver ricevuto l'offerta a tempo determinato, mi sentii arrivato. E andai a chiudere immediatamente la partita IVA.
(Va detto che in Italia la partita IVA è un bagno di sangue. La burocrazia è devastante e lo Stato non ti invoglia ad averla. Ti invoglia a infilarti in un posto fisso.)
Ma il punto è un altro.
Una firma falsa e un concorso pubblico
Ed eccoci al momento dell'aneddoto. Lo so, lo so, aspettavate solo quello.
Sono nato al Sud, cresciuto con due genitori che sognavano per me un posto fisso. Possibilmente pubblico. Il massimo. Dunque, mi avevano appena offerto il posto fisso tanto agognato. Nonostante questo, mia madre mi iscrisse a un concorso per assistente di segreteria nelle scuole vicino a casa mia, a Milano.
A mia insaputa.
Falsificando la mia firma.
Con le copie dei miei documenti che, ovviamente, aveva.
Me lo disse solo quando uscirono i risultati: "Vai a vedere se t'hanno preso in questi plessi qua". Perché? Potevo anche fare un lavoro ben pagato, un lavoro figo per cui avevo studiato. Ma il posto fisso nel pubblico era il sogno. The Real Deal! Una volta lì, non avevi più nessuna preoccupazione.
Persone che non erano il loro lavoro
Questa cosa l'ho interiorizzata a lungo. A farmela mettere in discussione è stata Milano, o meglio le persone che ci ho conosciuto: persone che non erano il loro lavoro. Che il lavoro, magari, se l'erano creato.
Imprenditori. Gente appassionata delle cose più assurde. Gente innamorata del factoring, per dire.
E io? Io ero lì che mi scaldavo ad un falò. Ad un posto fisso. E mi andava pure bene. Se non fosse che a un certo punto mi scontrai con una cosa: stare in un posto solo non mi soddisfava.
Volevo vedere di più
Avevo visto così poco del mondo. Feltrinelli era il mio secondo lavoro a tempo pieno, lavoretti a parte. Era davvero tutto lì? Ero appassionato di web e di tecnologia. Là fuori la gente usava AngularJS per fare i siti, eravamo agli albori dello sviluppo mobile, si cominciavano a fare le app. Ma Feltrinelli è una casa editrice, e tutto questo non poteva farmelo vedere. Lo sperimentatore del gruppo ero io.
Volevo vedere di più.
E feci una follia, almeno per i miei genitori: lasciai il posto fisso. Vi lascio solo immaginare la telefonata che avvenne quella domenica...
Passai a un'azienda di consulenza e scoprii il mondo bancario. Quante cose ho imparato, quante persone ho conosciuto. Fenomenale. Sono stato in Inghilterra per mesi. Poi lo rifeci, e finii in un'azienda di prodotto. Lì ho scoperto cosa vuol dire costruire un prodotto. Non lavorare solo per un sogno altrui, ma fare qualcosa di produttivo, risolvere un problema reale delle persone. Il lavoro non era una cosa che ti toglievi insieme alla cravatta. Ero circondato da gente appassionata.
È lì che mi sono appassionato alla finanza. Gran parte di quello che so in materia viene da quel periodo e da quelli successivi.
Il posto fisso che fisso non era
Poi successe un'altra cosa incredibile: il posto fisso in cui ero non era più così fisso. Avevo annusato per tempo che il progetto non sarebbe andato avanti, e un anno prima della vendita ufficiale dell'azienda cambiai. Poi arrivò l'offerta di un grande, grandissimo brand di spedizioni e pacchi. E lì decisi, per l'ultima volta (per ora, nella vita non si sa mai), di lavorare per qualcun altro.
E poi cosa successe, cari lettori?
Arrivarono i layoff (di cui sfortunatamente non ho usufruito, perché volevo davvero mettermi in proprio...)
E di posto fisso non è rimasto più niente.
Lancia libera
Mi piace tantissimo la parola freelance. Lancia libera.
Mi riporta di nuovo a Gatsu. Spada libera, lancia libera.
Pro e contro, ovviamente. Il pro è che sei libero.
Il contro è che sei da solo. Più esposto agli attacchi dei briganti, a mille problemi. Devi imparare a cucinarti da solo, a rammendarti da solo, a trovarti i clienti da solo. In una brigata, in una truppa, di tutto questo non ti devi curare.
Ma cosa succede quando il sogno a cui ti stai scaldando non ti rappresenta più? O peggio, quando quella fiamma si spegne? O ne sei, addirittura inorridito - evitiamo spoiler ma diciamo solo la parola eclissi.
Rimani solo, senza un posto dove andare. Butti via una quantità devastante di conoscenza: dinamiche, strategie, modi di fare che avevi studiato. E no, non sto più parlando di Berserk. Sto parlando di vita. Quante SOP che ho memorizzato sono ora carta straccia (virtuale nel mio cervello?).
Molti rapporti umani svaniscono come lacrime nella pioggia. E ti ritrovi lì, solo, al freddo. Perché la palla della siamo una grande famiglia, non ve la voglio nemmeno commentare.
Buttatevi (ma con la scorta)
Quindi, cosa voglio dire con tutto questo sproloquio?
Non giudico negativamente il posto fisso, scaldarsi alla fiamma di qualcun altro. Anzi, è una figata atomica se trovate qualcuno che condivide il vostro sogno, o un sogno che vi entusiasma. Va benissimo anche se trovate un fuoco che tiene viva la vostra fiamma, perché magari il vostro sogno, quello vero e intimo, brucia fuori dall'ambito lavorativo.
Ma non è per tutti.
E se volete davvero fare qualcosa, soprattutto se ne avete la possibilità, buttatevi.
Molti dicono che bisogna essere giovani. Io l'ho fatto da giovane, sì: a 27 anni. E l'ho rifatto a 41, con due figli sul groppone.
La differenza è che avevo una scorta. Una stabilità economica che mi permetteva di dire: ok, ho due anni per provarci, proviamoci. Non so come andrà, ma quella scorta mi lascia una certa libertà. E poi avevo sviluppato delle skill e un network che mi permettono di muovermi con una certa agilità.
Quella libertà viene anche dalla conoscenza. Pure quella finanziaria, mi raccomando.
Va bene essere scelti. Va bene restare nella propria comfort zone. Ma trovare la propria strada là fuori, soprattutto in un mondo dinamico come quello di oggi, è una scelta che dovreste almeno valutare.
Non dico che dobbiate per forza intraprenderla. Dico che se quello che ho scritto fin qui, risuona, anche per poco, se almeno una volta avete sentito una voce dire: "Io nella vita voglio fare questo. Posso farlo." Provate ad ascoltarla e vedere se potete prendervi il lusso di far divampare quella fiamma.
E se avete domande su come si fa, scrivetemi. Magari ci scappa una chiacchierata, una birra, un'amicizia.
Ai miei occhi, un vero amico è colui che non si affida mai al sogno di un altro... Una persona capace di trovare da sé la propria ragione di vita... E che, se qualcuno calpestasse quel sogno, combatterebbe dedicandovisi anima e corpo... anche se quel qualcuno fossi io. Per me un amico è così... penso che sia un uomo uguale a me.
Commenti
Gerry
❤️
Joshua Ariel Dimaunahan
Bellissima lettura.
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