Perché ho aperto questo blog
La paura, una barba verde, il feudalesimo digitale e un pezzetto di web che torna mio.
Beh, prima di tutto perché ho paura di morire.
A parte gli scherzi (che poi non è più totalmente uno scherzo) una delle mie paure più grandi è che i miei figli non si ricordino di me. Adesso sono piccoli. E da quando sono diventato padre, il pensiero che da un giorno all'altro potrei non esserci più ha assunto un peso diverso.
Ma c'è un altro motivo e quale modo di spiegarlo se non tramite un aneddoto. Se mi conoscete, o se imparerete a farlo, sapete che mi chiamano "Papà Castoro".

Di barbe verdi e borse da lavoro
Da bambino, età scuola dell'infanzia, ogni volta che disegnavo mio padre, due cose lo distinguevano. Facevo sulla sua faccia dei puntini verdi (ero convinto che la barba, sempre rasata, di mio padre fosse verde) e una borsa porta documenti. Mia madre iniziò a preoccuparsi perché anche quando lo disegnavo in spiaggia, al mare o in altri contesti lui era sempre in giacca, cravatta, barba verde e borsa da lavoro. Perché? Beh forse perché per la maggior parte della mia vita lui era in ufficio. Lo vedevo raramente, giusto la sera un'ora o due e la domenica.
Cosa faceva mio padre durante il giorno? Che interessi aveva? Con chi parlava in pausa pranzo? Cosa cavolo è una pausa pranzo?
Ma anche una volta che mia madre convinse mio padre a portarmi a lavoro... beh mio padre però faceva il bancario e per un bambino capirne di ammortamenti alla francese e interessi non è facile. Né interessante. Ma mi piacerebbe sapere cosa papà faceva in quei giorni, a cosa pensasse. Cose che avrei potuto capire solo da grande.
Quindi figli miei in questo blog saprete principalmente cosa faceva papà tutto il giorno chiuso nel suo gabbiotto in giardino davanti ad un computer.
Devo a internet buona parte della mia vita
Internet mi ha cambiato la vita, davvero.
Ho scoperto internet (o forse meglio dire il web dai) nel 1997. Il mio primo sito è andato online nel 1998.
L'amicizia che coltivo da più tempo è nata su internet. Ho conosciuto la mia dolce metà grazie a un'app. Perfino la scelta del posto in cui vivo è legata al desiderio di diventare un web designer. Volevo costruirmi una vita facendo cose su internet.
Oh, ai tempi il web era fighissimo. Mi dispiace per quelli che l'hanno scoperto tardi, ma era davvero un mare in cui navigare. Pieno di persone curiose, di gente che faceva cose. All'inizio eravamo soprattutto smanettoni, certo, ma c'era questa possibilità di costruire qualcosa, metterlo online e incontrare altre persone che stavano facendo lo stesso.
Poi sono arrivate le grandi aziende. Sono arrivati quelli che volevano guadagnarci. E un pezzo alla volta ci siamo ritrovati a passare sempre più tempo in spazi che appartengono a qualcun altro.
Pubblichiamo, parliamo, condividiamo. Ma siamo a casa loro.
Questa cosa non mi è mai andata giù. Ho anche provato a lavorare dentro una di quelle grandi aziende (sarà l'argomento di uno dei prossimi post, probabilmente). Per adesso diciamo che non la sentivo giusta. Non era una cosa per me.
Non voglio fare il nostalgico, però, odio il "ai miei tempi...". Internet continua a essere una cosa incredibile, anche solo perché ti permette di parlare con chiunque. Ho amici con cui parlo tutti i giorni senza vederli. Lavoro completamente da remoto. Quella possibilità di incontrarsi, scambiarsi idee e fare cose insieme esiste ancora, e fa parte della mia quotidianità.
Vorrei solo che un pezzetto di quello spazio tornasse mio. Un posto in cui decidere che cosa pubblicare e come, senza dover stare per forza dentro la casa di qualcun altro, senza sottostare ad algoritmi e senza aver paura che cancellino tutto.
Questo blog nasce anche per quello.
La tecnologia è anche uno strumento per riprendersi spazio
Tutto questo non significa che consideri la tecnologia un nemico. Sarebbe abbastanza assurdo, vista la premessa.
Prendiamo l'AI. Sta cambiando il nostro mondo e sta cambiando anche la mia vita. Ma è uno strumento: può aiutarci a fare cose, può liberarci del tempo. Non dobbiamo per forza guardarla soltanto come qualcosa di negativo.
Questi stessi pensieri li sto dettando a un'AI. Poi ci sarà da lavorarci: aggiungere pezzi, toglierne altri, mettere ordine, fare editing. E probabilmente mi farò aiutare da un'AI anche in quella parte.
Lo sforzo di capire che cosa voglio dire, però, voglio farlo io. Buona parte del tempo, ancora, lo passerò in un editor, con un bel foglio Markdown, copiando e incollando frasi, parole e concetti in giro.
Mi interessa usare la tecnologia in questo modo. Anche per riprendermi qualcosa che la tecnologia, nel frattempo, ha contribuito a togliermi.
Aprire un blog, per me, fa parte di questo tentativo.
Cosa potete aspettarvi
Quindi, siccome sono una persona che si è formata sul web, che è diventata quella che è anche grazie al web, mi sono detto: cazzo, un blog mi sembra una buona idea.
Parlerò delle cose che mi interessano e della mia vita, principalmente nella sfera lavorativa, perché è il me che i miei figli conoscono meno, ma non mancheranno cose intime, magari non piccanti. Ho già qualche idea: i miei burnout, i miei figli, come lavoro, com'è fatta una mia giornata. Ovviamente l'AI, a cui probabilmente dedicherò uno dei primissimi post. E anche la bicicletta, perché prima o poi un post sulla bicicletta ci scappa.
Volevo che tutto questo fosse scritto.
Non volevo fare un podcast. Another white guy with a podcast: anche no.
E non volevo fare video in cui parlo alla gente mentre sono in bicicletta.
Volevo scrivere perché desidero che ci sia uno sforzo mentale in quello che pubblico. Fermarmi su un pensiero, provare a spiegarlo, rileggerlo e magari accorgermi che non l'avevo capito bene nemmeno io. Non mi basta buttare fuori qualcosa: voglio che quello che passa siano i miei pensieri.
Poi magari non lo leggerà nessuno. Chi lo sa.
Intanto, però, una traccia ci sarà, una goccia nel mare. E magari un giorno i miei figli passeranno di qui e troveranno un po' di me.
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