Davide Di Pumpo

UX Engineer

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La storia dei miei burnout

Un ciuffo bianco, una campagna per un libro e il prezzo da pagare.

Anche questo post comincia con un aneddoto. Una storia che mi raccontarono da bambino, anche se non credo sia proprio una storia per bambini.

I miei mi dissero di un uomo del mio paese che, il giorno prima delle nozze, era entrato nella sua casa in fiamme per salvare i suoi averi.

Non ne uscì mai più.

Dopo quella tragedia, per il dolore, la futura sposa aveva avuto quello che i miei chiamavano un "esaurimento nervoso".

A quell'età non riuscivo a capire fino in fondo cosa significasse perdere la persona amata. Mi era rimasto impresso un altro dettaglio, molto più piccolo e molto più strano.

Secondo il racconto di mio padre, quella donna, che aveva i capelli corvini, si era ritrovata nel giro di una sola notte con un lunghissimo ciuffo crespo e bianco come il latte.

Nella mia testa, l'esaurimento nervoso aveva preso quella forma.

Il panda in versione Super Saiyan tra le fiamme, con il kanji di karōshi sul petto

Una tesi, uno stage e un matrimonio

Andiamo avanti: 2008.

L'anno del matrimonio di mia sorella maggiore. Non me ne voglia, ma non ricordo con precisione la data. Ricordo solo che cadeva circa una settimana prima della discussione della mia tesi di laurea.

La tesi scritta andava consegnata il 18 agosto, a Milano.

Ripeto: il 18 agosto.

A Milano.

Per chi non conosce Milano, beh, leggenda narra che ad agosto si svuoti così tanto da poter girare nudi in pubblica piazza senza timore di essere visti. Feci una fatica boia a trovare una copisteria aperta, che stampò la mia copia solo come favore personale. Sulla copia stampata c'era persino un errore nel mio nome, ma decisi che andava benissimo così. Non avrei avuto il coraggio di chiedere di riaprire tutto per ristampare la copertina.

Consegnato il documento, avevo ancora una ventina di giorni per completare la parte tecnica. Il sito era online, quindi potevo continuare a modificarlo praticamente fino all'ultimo secondo.

Momento trivia: il panda che, in forme diverse, mi porto dietro ancora oggi fu creato come logo di quel progetto.

Lavorai tutta l'estate, tutti i giorni, tutto il giorno. Staccavo solo per andare a lavorare allo stage curricolare.

Mi portai il portatile al matrimonio di mia sorella. Lavorai sul treno, lavorai durante il matrimonio, lavorai anche la notte.

Solo che io mi sentivo normale

Avevo una serie di cose da fare e le stavo facendo.

La mattina dopo il matrimonio mi svegliai e notai qualcosa sul lato destro della testa. Uno dei miei boccoli era completamente dritto, sparato verso l'alto, senza nemmeno una curva.

Ed era bianco come il latte.

Mi tornò in mente quella donna. Nell'immagine che mi ero costruito da bambino, lei si era spenta, bruciata. Io invece continuavo a lavorare, a preparare la discussione, a sistemare il sito. Non avevo la sensazione di essere arrivato alla fine delle mie risorse.

Non mi ero accorto di aver portato me stesso allo stremo.

Per questo, quando sento criticare chi non si accorge di stare male, faccio fatica a condividere quella posizione.

"Ma possibile che non te ne sia reso conto?"

Sì, possibile. Io non me n'ero reso conto. Non stavo deliberatamente ignorando una sirena che suonava a tutto volume: non sapevo nemmeno bene cosa avrei dovuto sentire.

Mi sentivo un Cavaliere dello Zodiaco alle prese con le Dodici Case.

«Brucia, mio Cosmo!»

Solo che a bruciare ero io.

Quella prima volta non ebbi strascichi immediati che sapessi riconoscere. La tesi andò bene e continuai con la mia vita. Tra l'altro, non me ne vogliano i miei lettori calvi, ma all'epoca avevo ancora più capelli di ora. Un ciuffo bianco mi sembrava meglio di una stempiatura...

Pensavo semplicemente di aver avuto un incidente e di esserne uscito illeso.

Questo non mi impedì di cascarci di nuovo.

Il secondo burnout

Qualche anno dopo lavoravo in Feltrinelli Editore. Allora non lo sapevo, ma erano i miei ultimi mesi lì. In quel periodo realizzai quella che considero ancora oggi una delle campagne più belle della mia carriera, per Il gioco di Ripper di Isabel Allende.

Il libro era un thriller. Avevo disegnato i personaggi del romanzo sotto forma di carte da gioco. Le carte venivano stampate, mandate nelle librerie e infilate in altri libri: i lettori potevano trovarle, incuriosirsi, collezionarle.

Erano bellissime. Lo penso ancora.

Le carte da gioco con i personaggi della famiglia Jackson accanto al libro Il gioco di Ripper

Avevo fatto praticamente tutto, dall'idea alla realizzazione. Un one-man show, una modalità che avrebbe caratterizzato anche altri momenti della mia vita lavorativa.

Verso la fine del progetto, però, cominciai ad arrancare.

La penna della tavoletta grafica sembrava sfuggirmi dalle mani. Aprire Illustrator era diventato faticoso. Mi sembra che quella fatica si veda persino nel tratto delle carte: l'ultimo personaggio che disegnai fu il cane ed è, onestamente, quello meno riuscito.

Questa volta non servì un ciuffo bianco.

Mi accorsi che qualcosa non andava.

Ero esaurito. Di nuovo.

Consegnai comunque.

È un dettaglio importante: il lavoro finito può nascondere molto bene quello che è successo alla persona che lo ha fatto. Da fuori si vedeva una campagna pronta.

Poi arrivò il conto.

Le vacanze di Natale non bastarono. Per settimane ebbi la testa completamente annebbiata.

E non era soltanto il lavoro. Per qualche mese non riuscii nemmeno ad avere un'erezione. Lo scrivo perché quando dico che non funzionavo più come prima intendo proprio questo: quella fatica si era presa pezzi della mia vita.

La ripresa fu lunga.

Questa volta capii che non potevo semplicemente ripartire e fare finta di niente.

Imparare a fermarsi

Di questi episodi ho parlato molto anche con il mio psicoterapeuta e probabilmente ci tornerò quando parlerò delle mie neurodivergenze.

Ho dovuto quindi imparare a mettermi dei paletti.

Uno sprint deve avere una fine stabilita prima di partire. E deve essere possibile fermarsi anche se il lavoro non è finito: altrimenti il limite continua a spostarsi insieme alla consegna.

Insomma, il Super Saiyan di terzo livello lo puoi usare quando serve. Non puoi andarci a fare la spesa.

Lo scambio non è equivalente

Non racconto tutto questo per dire che non bisogna lavorare tanto.

Continuo a credere negli sprint. Ci sono esami, progetti, lavori, cose in cui credere davvero e per cui vale la pena impegnarsi a fondo.

Ma non basta sapere per cosa si sta correndo: bisogna sapere anche quando fermarsi.

La mia tesi andò bene. La campagna per Allende rimane uno dei lavori di cui sono più orgoglioso.

Ma nessuna delle due cose valeva quello che ho messo sul piatto.

Come in quelle tecniche degli anime in cui il protagonista sacrifica anni della propria vita per diventare potentissimo per qualche minuto.

Solo che io non dovevo salvare il pianeta.

Dovevo finire un sito e disegnare un cane.

Continuo invece a vedere, soprattutto su LinkedIn, una glorificazione del superlavoro in cui superare continuamente i propri limiti viene raccontato come una virtù. Il problema è che quei limiti esistono anche quando riusciamo a ignorarli.

Per dirla con i fratelli Elric, lo scambio non era equivalente.

Quindi fate quello sprint, se potete permettervelo.

Ma la possibilità di fermarvi, la rete di sicurezza, deve far parte del progetto dal momento zero.

Non deve essere il premio che vi concederete dopo aver finito.


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